LGBT

Non ho dato il giusto spazio alla scomparsa di Dolly Parton

Fabiano Minacci 09/09/2026

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Ormai lo sapete: quando Dolly Parton è morta lo scorso 25 agosto, io mi trovavo su un volo intercontinentale e ora che sono finalmente tornato a casa dopo due settimane, e ho ripreso la mia normalità, mi sono reso conto di una cosa: non ho dato alla sua scomparsa il giusto spazio. E forse è arrivato il momento di rimediare, perché non è stata soltanto una leggenda della musica country.

Per generazioni di persone LGBT+, Dolly Parton è stata qualcosa di molto più grande: una donna cresciuta in uno degli stati più conservatori d’America, il Tennessee, e che ha scelto volontariamente di parlare di amore, accettazione e libertà quando ancora non andava “di moda” farlo.

Nel 1991 ha pubblicato Family, un brano nel quale raccontava un’idea di famiglia aperta e inclusiva, capace di accogliere tutti, indipendentemente dalla religione o dall’orientamento. Un decennio dopo, nel 2005, ha scritto Travelin’ Thru per il film TransAmerica che raccontava il viaggio di una donna trans verso l’intervento di affermazione di genere. La canzone le è valsa una candidatura all’Oscar e ancora oggi rappresenta una delle testimonianze più esplicite del suo sostegno alle persone transgender.


A dimostrazione che è sempre stata vicina alla comunità trans, impossibile non citare la storia di Jason Pirro, uomo transgender che ha lavorato per Dolly Parton per oltre trent’anni, prima come autista e poi anche come assistente e fotografo. Nel 1990, dopo che la stampa scandalistica aveva reso pubblica la sua storia, Jason parlò del rapporto con Dolly e raccontò che lei sapeva tutto di lui e che era una persona molto gentile. Anni dopo, Dolly Parton lo ha pure citato nella sua autobiografia Dolly: My Life and Other Unfinished Business. Proprio nel libro, quando le chiesero cosa pensasse delle persone transgender e delle operazioni di riassegnazione di genere rispose che tutto ciò che sapeva sulle operazioni lo aveva imparato dal suo amico Jason.

Nel 2009, durante un’intervista con Joy Behar, Dolly Parton disse apertamente che due persone che si amano avrebbero dovuto avere il diritto di sposarsi, concetto che ribadì anche qualche anno dopo, nel 2014, quando disse: “Penso che alle coppie gay dovrebbe essere permesso sposarsi”. E ancora due anni dopo a Larry King: “Matrimoni omosessuali? Non credo che dovremmo criticare e giudicare le altre persone. Penso che dovremmo essere accoglienti e amorevoli. Siamo tutti figli di Dio”.

Jane Fonda, sua grande amica e collega, su Instagram nel celebrarla ha scritto: “Ai suoi fan gay e trans, voglio che sappiate che vi amava. Lo sapete anche senza che sia io a dirvelo. Amava tutti i suoi fan, e sono tantissimi. E sapete che non vorrebbe sapervi dispiaciuti. Vestitevi eleganti e celebrate il suo spirito“.

Dolly Parton è da sempre stata una nostra “ally” (alleata della comunità, ndr), ben prima ancora che questo termine entrasse nel linguaggio comune. E il suo sostegno non si è limitato alle parole, ma si è tradotto anche nei fatti: negli anni ha accolto, assunto e voluto bene a persone LGBT+, in un contesto nel quale avrebbe potuto tranquillamente scegliere di non esporsi, soprattutto considerando le sue origini e il contesto conservatore in cui è cresciuta. Ha sostenuto il matrimonio egualitario, ha preso posizione contro le discriminazioni nei confronti delle persone trans e ha scritto una canzone per raccontare una storia transgender quando Hollywood era ancora molto lontana dalla rappresentazione che conosciamo oggi.

Dolly Parton: dalla comunità LGBT+ a quella afroamericana fino ai libri per i bambini

Uno dei progetti a cui Dolly Parton è stata maggiormente legata è la Imagination Library, un’associazione nata nel 1995 in memoria di suo padre che non aveva avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere. L’idea era semplice ma rivoluzionaria: regalare ogni mese un libro ai bambini dalla nascita fino ai cinque anni, senza alcun costo per le loro famiglie. Quello che inizialmente era un progetto locale nella contea di Sevier, in Tennessee, è diventato negli anni un programma internazionale. Dolly ha continuato a sostenerlo e a finanziarlo, permettendo a milioni di bambini di ricevere gratuitamente libri direttamente a casa.

E poi c’è Dollywood, il parco divertimenti che ha aperto nel Tennessee e che negli anni è diventato una delle sue principali eredità. Anche qui non sono mancati episodi che hanno mostrato la sua attenzione verso la comunità LGBT. Ad esempio nel 2011 una coppia di donne raccontò di essere stata invitata da un dipendente del parco a coprire una maglietta con la scritta “Marriage Is So Gay”. La vicenda arrivò all’attenzione di Dolly, che si scusò pubblicamente per quanto accaduto e chiarì che Dollywood doveva essere un luogo accogliente per tutte le famiglie. “Dollywood is a family park and all families are welcome”, disse.

Infine, un altro aspetto importante dell’eredità di Dolly Parton riguarda il suo rapporto con la comunità nera. Come saprete, è stata lei a scrivere I Will Always Love You e quando Whitney Houston l’ha portata al successo le royalties per i diritti d’autore sono schizzate alle stelle. E così nel 1997 decise di investire parte di quei soldi acquistando un complesso di uffici a Nashville, in un quartiere storicamente legato alla comunità nera. Anni dopo raccontò di considerarlo “la casa che Whitney ha costruito”, spiegando quanto fosse felice di aver investito proprio in quella zona.

E infine una chicca… era pure fan di Uomini & Donne!
Insomma, Dolly Parton: grazie di tutto.

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