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Don Alberto Ravagnani svela i motivi dell’addio al sacerdozio: “L’abito da prete mi stava stretto, come ho capito che non mi sentivo più libero”
Anthony Festa 02/02/2026

Se sabato 31 gennaio il Vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano ha annunciato che Don Alberto Ravagnani ha deciso di sospendere il ministero presbiterale, adesso il “prete influencer” ha dichiarato di aver lasciato il sacerdozio. Il 33enne ospite di Giacomo Poretti nel podcast PoretCast ha ufficializzato l’addio all’abito talare e ha spiegato che la sua non è stata una decisione improvvisa, ma una scelta ponderata, frutto di lunghe riflessioni e confronti.
Don Alberto Ravagnani: i motivi che l’hanno spinto a lasciare il sacerdozio.
L’ex vicario parrocchiale nel podcast di Poretti ha dichiarato che la sua fede è rimasta intatta, così come la voglia di fare del bene, di avvicinare i giovani al messaggio di Gesù e occuparsi degli altri. Da oggi però Ravagnani continuerà il suo percorso di fede senza il colletto, non più “costretto” nel ruolo di prete, con tutti i limiti del caso e sono state proprio le regole e i confini segnati dalla Chiesa a portarlo alla decisione di lasciare il sacerdozio.
“Adesso per me il treno è rimasto lo stesso di prima, ma sono cambiati i binari. Io desidero seguire il messaggio di Gesù, ma non più da prete. Mi sono reso conto che il modo in cui la vita da prete mi chiede di essere non mi basta più, non ci sto più dentro. Il prete è una figura, è un ruolo sociale a cui sono legate delle aspettative, degli obblighi, un campo di azione delimitato. Mi sono reso conto che sono già andato oltre tutto questo e si è creata una vera e propria dissonanza tra quello che dovrei essere in quanto prete, e quello che mi sento chiamato ad essere. In questi anni mi sono reso conto che è molto difficile, forse impossibile, forse neanche sano, che io mi sforzi di stare dentro un ruolo vestito che ormai mi sta stretto. Quindi lascio il sacerdozio. Se potete continuare a chiamarmi prete? Io mi sento prete, ma adesso dal punto di vista dell’autorità io non sono più prete”.
“Adesso ho timore, prima non ero libero”.
Nel corso della chiacchierata con Giacomo Poretti, Don Alberto ha ammesso una cosa importante, un altro motivo che l’ha spinto a lasciare il suo ruolo: “Io pensavo di essere libero, lo credevo orgogliosamente e lo sbandieravo in pubblico, poi mi sono reso conto che non lo ero del tutto“.
Com’è normale che sia, dopo otto lunghi anni da prete, adesso Ravagnani ha un po’ di paure per quello che sarà il suo futuro senza l’abito che l’ha contraddistinto e in qualche modo protetto fino a oggi: “Cosa provo adesso? Ho timore, mi rendo conto che ho tra le mani qualcosa di importante e non vorrei romperlo. Non vorrei sprecare il bene. Non voglio sprecare tutto il bene che c’è stato. Questa scelta è stata presa per evitare di morirci dentro e sprecare tutto. Quello che conta però è il rapporto con Dio nella mia coscienza, non un rapporto legato al mio ruolo. Vorrei andare oltre i confini della Chiesa cattolica e parlare anche a quelli che non sono dentro, quelli che non vogliono entrare dentro. Se essere un prete era un freno, un impedimento, allora è giunta l’ora di fare questo passo“.
Don Alberto lascia,ma non porta nulla con sé,ha lasciato molto,oggi non riusciamo a misurarlo ma ci sono semi che germoglieranno tra anni. Se qualcuno pensa che oggi sia finita una storia,io penso il contrario. È finita una forma. Non una fedeltà, non un Amore,non una chiamata.🙏🏻 pic.twitter.com/mVglt3JeLY
— Maria Castelluccio (@Castelluc6Mari1) February 1, 2026
Don Alberto: “Come mai ho scelto di diventare prete”.
Adesso sappiamo come mai il 33enne ha deciso di abbandonare il ministero presbiterale, ma come mai a poco più di 20 anni questo ragazzo ha scelto di diventare prete? La storia di Ravagnani è molto particolare, perché è nato e cresciuto in una famiglia non credente e lui a 17 anni ha voluto provare a confessarsi e ad avvicinarsi alla Chiesa e così a 17 anni si è convertito, da quel momento la sua vita è cambiata, migliorata e in qualche modo ha trovato un senso.
“Dopo la confessione sono cambiato, prima ero in un modo e poi sono diventato in un altro modo. Prima ero chiuso, introverso, avevo bassa stima di me stesso. Dopo quell’esperienza, io ho sperimentato amore, gioia di vivere, fiducia in me stesso, e sono cambiato. Poi ho dato il nome Dio a tutto questo. Ho iniziato a essere attratto dalla trascendenza, mi son fatto delle domande, ‘da dove vengo, dove vado, cosa vuol dire amare, qual è il mio posto nel mondo?’. Poi ho iniziato a pregare, a leggere il Vangelo, così ho conosciuto Gesù, quello che ha detto, quello che ha fatto, come l’ha fatto, e mi ha affascinato. E mi sono detto, ‘wow questo è un maestro di vita, questo è il Signore della mia esistenza e mi sono proprio innamorato di Gesù. Scrivevo poesie su Gesù, fischiettavo quando camminavo per strada, ero preso bene, sembravo più innamorato dei miei compagni innamorati della ragazza o del ragazzo. E a un certo punto mi sono detto, ‘se Dio mi ha cambiato la vita, perché non posso dargli la mia vita?’. Mi è sembrato quasi naturale vivere di conseguenza. E così sono entrato in seminario. Però l’istanza originaria era il desiderio di vivere una vita piena, realizzata, felice, a servizio degli altri, secondo quel modo di vivere l’esistenza”.








