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Chiara Ferragni contro chi ha screditato l’esito del suo processo: “Qualcuno ha tentato di far credere che la mia sia un’assoluzione a metà”

Fabiano Minacci 15/01/2026

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È stata prosciolta, non è stata assolta“, un po’ come il celebre “È leviosa, non leviosà“, è diventato il tormentone delle ultime ore nei commenti social di chi ha detto la sua sul processo che ha riguardato Chiara Ferragni. L’imprenditrice, effettivamente, non ha ricevuto un’assoluzione, ma un proscioglimento. La persona che viene assolta viene giudicata innocente dopo un processo, la persona che viene prosciolta viene semplicemente rimandata a casa perché mancano le ragioni giuridiche per processarla, qua ad esempio mancavano le denunce di chi si è sentito truffato, tutte ritirate dopo i risarcimenti.

Il mio procedimento si è chiuso ieri con un proscioglimento. Il giudice ha stabilito che non c’erano nemmeno i presupposti per un processo penale. È una frase semplice, tecnica, definitiva sul piano penale. Ed è giusto partire da qui. Questi due anni sono stati a dir poco complessi. Non perché avessi dubbi su me stessa, ma perché vivere sotto giudizio continuo, senza poter rispondere, senza poter spiegare, ti mette alla prova in modo profondo. Mi sono sempre presa la responsabilità per ciò che riguardava la pubblicità ingannevole. Ho capito che era stato un errore, ed era giusto riconoscerlo. L’ho fatto: ho pagato, ho corretto, ho chiesto scusa“.

Chiara Ferragni ha poi aggiunto: “Il mio cachet in quelle operazioni era fisso, non guadagnavo in base alle vendite. Ero all’apice della mia immagine e del mio lavoro. Non esisteva alcun motivo, né economico né sensato, per cui io potessi voler ingannare qualcuno. Proprio per questo una cosa è un errore amministrativo, un’altra è un reato penale. E non sono mai state la stessa cosa“.

Chiara Ferragni contro chi ha screditato l’esito del suo processo: “Qualcuno ha tentato di far credere che la mia sia un’assoluzione a metà”

La decisione di ieri non è una “assoluzione a metà” come qualcuno ha tentato di far credere. E, se possibile, qualcosa di ancora più chiaro: significa che questo processo, così come era stato costruito, non aveva nemmeno i presupposti per esistere fino in fondo. Non è: “Non sappiamo come è andata”. È: “Non c’erano le basi per portare avanti un procedimento penale”. Ed è forse questa la parte più forte di tutte. Perché vuol dire che per due anni sono rimasta ferma, esposta, giudicata, per qualcosa che non avrebbe nemmeno dovuto avere questo percorso. Non lo dico con rabbia. Lo dico con consapevolezza. Con la lucidità di chi sa di aver affrontato tutto senza scappare, senza nascondersi, rispettando la giustizia e il silenzio anche quando era la cosa più difficile da fare. Oggi non festeggio una vittoria. Oggi chiudo un capitolo“.

Nel dubbio, avrà modo di chiarire meglio nel documentario che sta realizzando per Netflix.

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